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Non amo molto lavorare il sabato mattina, ovviamente.
Per strada camminano tutti più piano, e anche io vorrei indugiare un po’di più tra le coperte. invece solita sveglia, solito orario. Sì, sì, lo so che poi io lunedì dormirò e voi no, però il sabato mattina (specie se non ti sei disfatto il venerdì notte) è un momento che mi mette sempre di buonumore, vorrei godermelo un po’ di più.
Settimana intensa, questa, di cose dette e non dette…almeno due, preziose, non scritte. Perché ho sempre voglia di raccontare tutto, ma ogni tanto qualche segreto me lo coltivo pure io, lo tengo per giustificare i sorrisi immotivati. Sono riuscita a fare un paio di cose a cui tenevo molto. Basta così. Ho parlato tanto con una persona che evidentemente non si è ancora disintossicata da me, e io da lui. Ci rimaniamo sempre un po’ impiastricciati, uno con l’altra, e questo non può funzionare. Ho creato un club nuovo, segretissimo, per me e le mie amiche. in cui dare libero sfogo alle bestie di Satana che sono in noi. Se ci scoprono, come minimo ci denunciano al Tribunale dell’Aja.
Ho consolato un amico dolce e distrutto, consumato da un amore che è un po’ disperazione, un po’ speranza, ma soprattutto tanta amarezza. Spero che abbia capito quanto io tenga a lui, lo spero davvero.
E se tutto questo non è abbastanza, stasera glielo dimostrerò ampliando ulteriormente i confini della mia vergogna personale, e andando a un terribile Fluo Party…
a giudicare tantissimo.
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Ho modificato il mio ritmo settimanale in conformità con il nuovo lavoro.
Una serie infinita di venerdì mondani verranno sacrificati causa una giornata intera di lavoro al sabato, ma questo mi permetterà di tornare sabato sera e rimanere a casa fino a lunedì, anzi, volendo esagerare fino a mmartedì mattina.
Magari vi pare una cosa banale, ma a me partire la domenica faceva sempre sentire incompleta.
Le domeniche sono il giorno in cui si resta, ci si ferma. io mi svegliavo al mattino e sapevo già che mi sarei addormentata in un altro letto, in un’altra città. i pomeriggi erano sempre troppo corti, e all’imbrunire mi buttavo su un treno lasciando tutto in sospeso.
Rimanere la domenica a casa, invece, uscire con le amiche, e soprattutto alzarsi il lunedì ed essere ancora lì, mi ha fatto sentire più distesa. è come riprendere un ritmo giusto di vita, di arrivi e partenze.
E poi comincio a lavorare oggi che è già martedì, la giornata dell’aperitivo al Central Perk, non so, ha un sapore più piacevole.
Mi sento come se finalmente mi fossi ripresa indietro la mia ombra, senza lasciarla sempre ad indugiare un passo indietro.
Piesse. in nome di questi ritmi più tranquilli di vita, oggi ho puntato la sveglia un’ora in anticipo. e c’era già il sole, nonostante temessi – oltre alla beffa dell’aver sprecato un’ora – il danno del buione.
Mi è venuto da sorridere, e ho pensato che la mia canzone del giorno sarà questa, che ho cantato da piccina a un concorso “Saranno Famosi” (è inutile che lo neghi, ho recentemente scoperto con orrore che esiste un archivio digitale con video e foto del disastro). Non la sentivo da anni, poi finalmente mi sono ricordata di un discorso circa il fatto che fosse fondamentale ascoltare ed amare il White Album, ed eccola qui, pronta a farmi sorridere.
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Pensavo di andare a letto, ora.
Avevo spento il pc, sciolto i capelli, tolto i gioielli.
mi stavo alzando e mi sono fermata.
Pensavo che avrei avuto il tempo per scrivere un paio di pensieri, scossi, confusi, non troppo casuali.
Pensavo alla conversazione che ho appena avuto, in una macchina fredda, con un’amica che abbiamo giustiziato. L’abbiamo messa di fronte a una realtà che non vuole vedere, una realtà fatta di vendette, dispetti, cuori stracciati.
Pensavo che non è facile avere il coraggio di guardare in faccia un Non so.
E che è triste stare lì senza riuscire a dire una frase per alleggerirla, perché forse frasi così non esistono.
Pensavo alle mie amiche che sono tornate giovani, a quando abbiano cercato di divertirsi questo we. E secondo me ci sono pure un po’ riuscite, in fondo.
Pensavo che avere male alle gambe dopo una notte di balli proibiti è una cosa bella.
Pensavo alla mia amica a cui non ho confessato una conversazione, in cui l’ex fidanzato mi chiedeva se lei stesse bene. non l’ho detto a lei perché sta bene, e vorrei rimanesse così, col sorriso e senza vestiti neri.
Pensavo alla mia Louise, che domani diventa grande, e che sorride parlandomi dei miei progetti.
Pensavo che partire il lunedì, invece che la domenica, mi mette di buonumore, mi sembra di non fuggire via, ma di riuscire a completare qualcosa. fosse anche solo una domenica di Buone idee con le amiche perfette.
Pensavo al supereroe di stasera, che non è il mio supereroe, ma un altro ragazzo.
In fondo, pensavo, anche lui è un piccolo eroe, che riesce ad andare oltre.
E pensavo che gli voglio dolcemente bene, in un modo un po’ tenero un po’ crudele, e vorrei davvero riuscire ad amarlo. Pensavo che la nostra sintonia mi spaventa e mi attira, ma che poi fuggo via e lo lascio solo con il mio profumo.
Pensavo che mi manca, il mio supereroe, vero, e che sono una sentimentalista malinconica. ma qualche notte, dopo tutte quelle canzoni, mi piacerebbe ascoltarne una insieme. mi piacerebbe che una volta tanto il bancomat fosse quello vicino a dove sono io, perché questa fisarmonica potrebbe suonare perfettamente anche se, chiudendola, le nostre labbra si sfiorassero.
Pensavo a quel ragazzo che stamattina si è alzato presto per dirmi che Milano è brutta senza di te, e a tutte le cose carine e sciocche che mi ha fatto fare.
Pensavo alla perversa possibilità di ricevere una mail proibita, prima, mentre controllavo la casella del lavoro. invece ce n’era solo una che annullava una mia giornata di lavoro, ma poi ho pensato che non volevo pensarci, proprio ora.
Pensavo che avrei voglia di fare l’amore, non solo di dirti che avrei voglia di farlo. Avrei voglia di perdere la testa e tutte le mie direzioni, per un paio d’ore. di smettere di fare la capogita e la maestrina, e di perdermi un po’.
Pensavo che ora, forse, posso andare a dormire più leggera.
nasce l’esigenza di sfuggirsi,
per non ferirsi di piu’.
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il programma Vita migliore, ora che ho scaricato l’applicazione stipendio, gira alla grandissima.
In realtà non ho ancora un contratto, ma sono profondamente fiduciosa, visto il livello di necessità che la galleria mostra di avere nei miei confronti. oggi Justine Mattera mi ha adottato dicendomi anche “Quando verrai negli USA, il Texas sarà la tua casa!”.
ho perciò deciso di darmi un tono e di iscrivermi in palestra.
non in una palestra, bensì la palestra.
un paradiso high tech, con signorine profumate che regalano ampi sorrisi, una piscina fantastica a vetri che mi ricorda tanti film dell’orrore (c’è sempre la protagonista che nuota da solo e un assassino senza faccia che attenta alla di lei persona), un centro benessere e soprattutto una super convenzione legata al nome del mio titolare (tipo dico il suo nome e funziona come Apriti Sesamo!, arriva un comitato d’accoglienza che neanche da Tiffany se entri a fare razzia di braccialetti e orecchini).
oggi avevo il mio appuntamento con la responsabile reclute, una secca avvitata in un tubino con un trucco simile ai Kiss, che dopo un giro per quei posti fantastici mi ha portato in ufficio.
lì, le rivelazioni dell’orrore:
- il primo giorno ti fanno un check per vedere i tuoi difetti fisici. cazzo, mi bocciano ancora prima di cominciare.
- deve essere per me prioritario volermi più bene, e vivere per quello. con la testa annuivo e con la mente pensavo ai tavolacci del sabato sera.
- il mensile costa come una Panda…per i comuni mortali, io in vista della convenzione spendo come uno specchietto (della Porsche).
finito l’interrogatorio, mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto:
Ma tu, tu, quanto saresti disposta a spendere per il tuo corpo?
ecco, come dire.
io so quando posso chiedere, al massimo
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Altro giorno di partenze, per la principessa.
Domani ritorno nella mia dolce Firenze, e il solo pensiero di ritrovare quel divano e quegli amici mi emoziona.
Del resto è tutto un disastro, parto senza aver capito dove lavorerò, cosa farò. Però intanto parto, perché dopo tre giorni la mia resistenza emiliana è già agli sgoccioli.
Oggi la mia piccola Posse ha litigato per passare una giornata intera con me, a fare progetti poco credibili e a discutere circa il suo desiderio di diventare Mara Maionchi. solo più volgare.
Oggi la mia piccola grande Louise è riuscita in un successo circa il quale non avevo il minimo dubbio, lei è un essere tra i più brillanti e luminosi di questo cielo. non potevano rimanere indifferenti di fronte al tuo sorriso intelligente, alle tue frasi meditate, ai tuoi pensieri non banali. non potevano.
Ieri ho avuto un dialogo difficile, ho provato una sensazione strana. un misto tra amarezza e malinconia, per avere ricevuto una risposta che aspettavo da troppo tempo. Forse certe affermazioni sono come gli ortaggi di Farmville, se aspetti troppo a coglierle marciscono. Le guardi e pensi Se solo fosse successo prima, ora raccoglierei felice le messi del nostro amore. Invece sono rimasta lì senza riuscire a comporre frasi intelligenti, con lo sguardo che correva indietro e poi avanti avanti. Ho percepito d’un tratto tutta la mia immensa tranquillità, io ora sono davvero serena, ho il cuore quasi tutto libero, e la parte che è impegnata è suddivisa con cura in pochi, rari, frutti. Poche persone hanno posto nel mio raccolto.
Sono andata a trovare mio nonno, dopo, per portargli una rosa.
Ogni tanto mi piace andare ad aggiornarlo sulle mie avventure, diceva sempre che Nessuno gli raccontava mai niente di me, e lui era curiosissimo. Perciò glielo racconto ora, arrampicata su una scala pericolante. Mentre me ne stavo andando ho incontrato un vecchino, il tipico vecchino logorroico emiliano, di quelli che dopo un primo mezzo saluto ti ha già rovesciato addosso settant’anni di vita.
mi ha detto che lì accanto era sepolto suo nipote, morto a trentadue anni. Trentadue, cazzo. io non sono una dalla retorica facile, e odio i discorsi patetici, però quando sento queste cose mi si gela il cuore. di ghiaccio, come a volersi conservare il più a lungo possibile.
Ha anche aggiunto che avrebbe preferito morire lui, per stare un po’ a dormire lì accanto a sua moglie, sepolta poco lontano. e, nonostante tutto, non ha smesso un istante di sorridere parlando di loro. Mi ha detto che suo nipote era uno che non stava mai fermo nello stesso posto, ma poi si ricordava sempre del caffé della domenica col nonno.
Uscendo, ho sentito il bisogno di condividere un po’ di amore con qualcuno. Perché non c’è mai un momento sbagliato per dire Ti amo a una persona, anche solo per strapparle un sorriso dopo una giornata di lavoro apparentemente buttata al vento.
Stasera me ne andrò in centro, con un fiore in testa ( resistendo al sarcasmo di Louise, che odia il mio cerchietto da hippie). a farmi sfiorare dal vento di settembre, a canticchiare canzoni un po’ fuorimoda.
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una casa vuota, io seduta con il pc sulle gambette, una distesa di valigie colorate intorno a me.
credo che se un pittore mi dovesse dipingere, mi ritrarrebbe così.
ieri sera, di ritorno da Venezia, una ragazza in metropolitana mi ha chiesto informazioni. soddisfatta penso dalla mia precisione, mi si è attaccata come un cagnolino e mi ha seguito per un pezzo del tragitto verso casa.
tutta carina e profumata, con i vestiti belli che di solito si tengono per le uscite serali, e non per i viaggi in metro, mi ha guardato con gli occhi brillanti e mi ha detto Chissà che bello vivere a Milano, qui se ti fai carina nessuno si stupisce, è una città fatta per essere belli.
strane sensazioni, non ho pianto salutando persone importanti, impronte di questi sei mesi che a lungo lasceranno le loro ombre sulle pareti del cuore, e lei mi ha fatto scendere una lacrima.
nel mio ultimo viaggio in tram, in una sera di incredibile estate,
saluto questi sei mesi con il sorriso, come una persona speciale mi ha espressamente richiesto.
me ne vado sorridendo,
riparto più grande.
ho imparato a non aver paura, ad essere sicura di me.
ho camminato per l’ennesima città sentendomi a casa.
ho bevuto un Cosmopolitan nel locale in cui volevo andare.
ho preso la birra da asporto alle Colonne.
ho visto la Milano scintillante, quella ingrigita di pioggia, quella bagnata da una sole inaspettato.
ho lavorato nel mio posto dei sogni.
ho quasi toccato un Picasso, un Guido Reni.
ho conosciuto amiche speciali.
ho meritato la stima di chi sa molto più di me.
ho toccato qualche cuore, riscaldando un pochino pure il mio.
ora riparto,
con un bacio, tanti abbracci, e nuove canzoni da capire.
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non è che sia proprio in vena scrittoria, oggi.
è la tipica domenica slow motion, in cui mi sento sessantenne, non mi va di fare nulla, mi trascino lamentando pesantezza ai lombi, prendo il treno con l’ipod terribilmente scarico e una vecchia barese che parla e mangia panini ripieni di porco al mio fianco, arrivo a Milano e c’è un temporale alle porte, arrivo a casa sperando di trovarla vuota e invece la trovo tragicamente piena di vita, rifiuto tutti gli inviti possibili e mi chiudo in camera con una Coca Zero.
però.
però, ecco.
mentre pulivo un fornello nascondendomi nella tuta, mi è venuto un flash.
Domani sarà il terzultimo giorno di lavoro.
avrò la mia sostituta al mio fianco e non potrò cazzeggiare al pc.
avrò l’ultimo lunedì, l’ultimo martedì.
carpe diem, quindi, almeno utilizzo le ultime forze per scrivervi tutte le cose che salvo di questo we.
Salvo la mia Chiarina, gadget fondamentale che ha animato per tre giorni la mia vita.
che bella sei, quando sorridi.
un po’ meno quando ti dimentichi di metterti il reggiseno e ti lanci il mascara sulla camicina bianca, però a me fai ridere lo stesso.
Salvo Louise e la Paolita, che mi cambiano i programmi all’ultimo e mi portano al cinema.
Io che di film ne guardo, ma al cinema non ci vado mai.
mi portano in uno di quei non luoghi che dovrebbero piacermi e invece odio, a vedere però un Woody Allen stre-pi-to-so.
La storia assurda di un vecchio misantropo ipocondriaco che è la summa dei difetti miei e di Louise.
Salvo gli amici di Serie A, che incontriamo per caso scambiandoli per quattro drogati su di una panchina. loro che ci fanno sempre tanto ridere, con loro programmiamo eventi di una demenza colossale, destinati al successo. nell’attesa di vedere arrivare, alla Tombolata di Natale, Marci con un falcone addestrato sul braccio.
Salvo il Capitano Logan, che ha finalmente dato un nome alla sua barca. un nome bellissimo, Quarto di luna, che cambia a seconda del verso in cui la guardi. perché alla fine, come dice Hemingway in uno dei suoi finali migliori, è solo una questione di punti di vista. Per lui una buona navigazione, che duri almeno un anno e mezzo, in cui avrà le migliori canzoni da ascoltare, una per ogni notte in mare. Sperando che possa attaccare una grossa, grossa lisca di pesce (cane) alla parete.
Salvo i miei genitori, uno perché mi aspetta per farmi trovare una cena fumante e non si arrabbia – troppo – per l’entropia che riesco a generare ogni volta, l’altra perché fa con nonchalance l’acquisto del secolo e mi regala il pezzo mancante che mi serviva per essere la più bella della festa.
Salvo i miei amici d’infanzia, tutti riuniti per il primo dei due matrimoni che si susseguono in queste settimane. Li salvo più o meno tutti, qualche delusione a parte, perché comunque, stretti nei banchi della chiesa, a cantare le canzoni che intonavamo nei sabato pomeriggio da bambini, ci commuoviamo un po’ tutti, al pensiero di Lei si sta sposando davvero.
Avevo voglia di anticiparvi la canzone del buonumore per domani mattina…buon risveglio.
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oggi è iniziata ufficialmente la mia ultima settimana di lavoro.
in questi giorni sto cercando quindi di fare più cose milanesi possibili, vissute con la malinconia di chi sa che questo sarà l’ultimo aperitivo, l’ultima uscita (Anche l’ultima cena, ma mi sembrava un po’ blasfemo scriverlo).
ieri sera una cenetta tra colleghi, pochi, amici…con loro ho condiviso sei mesi di caffè a metà mattina, telefonate isteriche, ansie da prestazione. loro che mi sembravano così lontani ed ora così impossibili da pensare accanto, loro che sono l‘amica in più, il ragazzo in più.
oggi chiusa in un’ascensore troppo stretta, nelle mie solite scenette da Il diavolo veste Prada, la capa mi ha sorriso e mi ha detto con voce bassa una cosa tenerissima, di quelle che la fanno sembrare un po’ più umana, un po’ meno algida.
mi sono concessa uno shopping con un’amica nuova, parlando di quanto in là ci possiamo spingere, a pensare a come sarebbe se fosse ma non è.
e oggi, cancellando sei mesi di mail, mi sono fatta un po’ di forza in più e ho aperto la cartella privato.
e lì ho salvato un po’ di cose, preziose.
le mail di delirio e stupidità di Louise, tante, tantissime, con i titoli già scemi in partenza.
in cui si trovano le peggio cose, le migliori malignità, i pettegolezzi più beceri.
file segreti che se venissero pubblicati ci rovinerebbero.
le letterine della Posse, mezze in inglese sconclusionato,
da una terra lontana in cui pare essersi dimenticata un pezzettino di cuore.
i racconti d’oltremanica della Chiarina, illuminata da un entusiasmo nuovo, mille cose nuove da scoprire, una vita appena sbocciata e che ora affronta con i petali chiari i primi acquazzoni di stagione.
e poi gli uomini, le loro confessioni.
Ale e i suoi flussi di coscienza, le storie tante donne e di una sola, io, che capisco sempre tutto.
Bubi e un suono che si affievolisce sempre di più, una barchetta che vedo allontanarsi e non riesco a riprendere.
il marinaio, i suoi racconti che solcano gli Oceani e arrivano a lambirmi il cuore. poche parole, splendide, da tenere per i giorni bui.
l’uomo misterioso, un peccato che forse un giorno deciderò di concedermi, discorsi divertenti e una sottile malizia.
un ragazzo dolce, sinceramente affezionato, parole cariche di speranze poi recise, una grande voglia di essere mio.
tutte queste cose, tutte,
io le voglio salvare;
me le metto nei miei scatoloni;
e me le porto via.
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le partenze mi mettono sempre di cattivo umore.
per quello non mi piace che nessuno mi accompagni in stazione. non mi piace tanto, ecco.
mi soffermo spesso sugli addii da binario, mi inteneriscono, a volte li invidio pure.
vorrei anche io un bacio al volo, coperto dal fischio del treno in arrivo.
oggi facevo la valigia con pigrizia e precisione, come le impiegate un po’ grigioline.
per tornare a fare la vita che mi piace, ma che è sempre così difficile ricominciare.
tutte le volte mi verrebbe da scappare dalla stazione e correre a casa, a farmi proteggere un po’ senza dover pensare troppo su.
parto per le ultime settimane del mio sogno milanese, parto con quella tristezza di chi sa che a breve sarà sostituita.
di chi un po’ sa che partire è dimenticare, e vorrebbe scalfire i cuori di tutti quelli che lascia là.
parto sapendo che tra poche settimane partirò di nuovo, per andare indietro e avanti allo stesso tempo, pronta a un inverno caldo di abbracci e di amici mai dimenticati. e un lavoro che continuo a raccontarmi potrà offrirmi tanto. e un po’ ci credo, tanto ci spero.
sono tornata dalle vacanze sentendomi bella, e sopratutto buona.
ho riflettuto profondamente con me stessa, grazie a un’amica sincera, una triste ed una nuova.
ho capito che quando qualcuno che ti conosce da sempre non ti riconosce più, qualcosa di sbagliato c’è.
ho pensato molto a quella che voglio essere. e ho deciso che voglio essere quella che ero, non quella che sono. solo più magra e sempre così abbronzata.
infine, ho capito che non tutte le canzoni sono canzoni speciali per tutti.
alcune, per fortuna, rimangono speciali solo e soltanto per me.
